Lavori in corso

Carlo Cola

Carlo Cola è nato a Cesena nel 1957 si è diplomato all’Istituto Statale d’Arte di Forlì nel 1975
dal 1986 insegna arte presso il Centro Formazione Lavoro dell’ENAIP di Cesena
dal 2000 è nei cataloghi di Art’è con stampe d’arte e dipinti originali.

Carlo Cola was born in Cesena in 1957, and has been living and working in Forlimpopoli (FC) since 2000.

Dipinti

Esposizioni

  • 1994 personale: Galleria Ex Pescheria, Cesena (Italia)

  • 1995 collettiva: Biennale d’arte Romagnola: 1° Edizione, Cesena (Italia)

  • 1995 personale: Nakkash Gallery, Dubai (Emirati Arabi)

  • 1996 personale: “Dal buio”, Galleria Ex Arrigoni, Cesena (Italia)

  • 1997 collettiva: “Libero cantiere”, ex aula Bunker, Lecce (Italia)

  • 1997 personale: “Jadis Gallery, Dubai (Emirati Arabi)

  • 1998 collettiva: “Ultima Generazione”, artisti di fine millennio, Cesena (Italia)

  • 2001 collettiva: “Pittura in Romagna, aspetti e figure del Novecento” Palazzo del Ridotto, Cesena (Italia)

  • 2002 collettiva: “Memoria e nostalgia”, Galleria Ta Matete, Milano (Italia)

  • 2002 personale: “In viaggio”, Galleria Ta Matete, Milano (Italia)

  • 2003 collettiva: “Daegu Milano fine arts exibitions”, Daegu (Korea)

  • 2003 collettiva: Galleria Ta Matete, Roma

  • 2004 collettiva: “Il sentimento dell’arte”, Palazzo Isolani, Bologna (Italia)

  • 2005 personale: “Stanze Segrete” Idroscalo, Milano Marittima (Italia)

  • 2006 personale: “Nel silenzio”, Palazzo del Ridotto, Cesena (Italia)

  • 2006 collettiva, “Sagge sono le muse” Teatro Petrella, Longiano (Italia)

  • 2009 personale, “Toccata e Fuga”, Milano (Italia)

  • 2010 personale, “Les couleurs de l’âme”, Villeneue-Loubet (Francia)

  • 2013 personale: Palazzo del Capitano, Cesena (Italia)

  • 2016 personale: Palazzo del Monte di Pietà, Forlì (Italia)

  • 2019 collettiva: “Ultimi Paesaggi”, Fondazione Cassa di Risparmio, Imola (Italia)

Video

Stampa

Casantica

Ampi reportage foto-giornalistici dedicati alle case, fra esterni e interni. 

Ville Giardini, Febbraio 2020

La Prima Rivista di Arredamento, Country Living e Immobili di Prestigio.

Vivere Country, Luglio 2010

Vivere Country è il magazine per vivere e abitare la campagna

Recensioni

La verità delle cose, di Fabio Lazzari

LA VERITÀ DELLE COSE

di Fabio Lazzari

Il testo di Silvia Evangelisti sul teatrale incanto dell’opera di Carlo Cola si presenta così esauriente e chiaro da scoraggiare ogni ulteriore sforzo critico-interpretativo.

Ciò che sfugge, a questa come ad ogni altra lettura puramente iconografica, è casomai il legame, spesso inutile o addirittura fuorviante, tra l’epifania della pittura e ciò che si nasconde nelle pieghe della vicenda personale dell’autore. Questo rapporto tra pittore e pittura mi pare utile invece, nel caso di Cola, per cogliere certe risonanze che, per affinità o per contrasto, finiscono per completare la trama e il telaio della costruzione pittorica.

Di questo vorrei dire qualcosa di più.

Forte quanto basta per potersi permettere di apparire fragile, Cola vive “del” colore e “nel” colore, seguendo i ritmi inconsueti di una sensibilità sanguigna e naturale. Perfino la casa, per Cola, è un luogo di esplorazione della creatività, un vero e proprio work in progress nel quale oggetti, luci e pareti acquistano il senso di un’enorme superficie dipinta.

Frutto di improvvise e imprevedibili accelerazioni emozionali, la pittura è certamente lo strumento ideale per soddisfare sino in fondo il bisogno di intervenire nello spazio con la vitalità esuberante dei pigmenti; un modo energico, quasi violento, di scaricare un contenitore di sensazioni pieno di immagini e di fotogrammi incontrati per caso, depositati nella memoria e poi trasformati attraverso l’elaborazione poetica in lembi di tela sontuosamente ornati della sostanza grassa e sensuale della pasta colorata.

Per Cola il colore è un simbolo, anzi, è il simbolo che consente di trovare corrispondenze esteriori alla complessità dell’universo interiore; ed è il linguaggio più naturale per dare voce a un’anima ricca di semplicità e di profondità, nella quale gli slanci emozionali e le passioni sono trattenuti da un’inclinazione alla riservatezza, direi quasi all’indolenza.

Nella quotidianità, questa dialettica interiore si stempera grazie alla naturale volontà di rapporti, al contatto anche fisico con le persone, con i piccoli mondi del paese, delle relazioni affettive, con i suoi “ragazzi” a scuola, dove Cola sperimenta le infinite potenzialità della creatività accesa da una corrente di affetto e di intensa fisicità. Ma quando si tratta di passare attraverso il linguaggio misterioso della pittura, la comunicazione si fa più forte, vorticosa, ai limiti del disordine. Perfino il gesto dichiara la modalità esplosiva con cui il pensiero si affaccia al discorso pittorico; un gesto forte, deciso, profondo, che ha bisogno di una superficie capace di resistere all’urto corporeo di una necessità che travolge il controllo. Quando il recipiente pieno reclama la pittura, le tele vengono piantate su un’asse che diventa il limite della fisicità del segno, e accolgono il trionfo liberatorio del colore e del gesto.

Per giorni e notti nel chiuso dello studio, i quadri diventano le uniche finestre sul mondo, l’unico risarcimento da offrire al privilegio di una sensibilità fuori dal comune: avanti e indietro, dalla tela al divano, per godere in presa diretta del mistero di un segno che si fa oggetto, di una pennellata che diventa luce, di un’immagine mentale che diventa mondo, sogno, viaggio nello spazio e nel tempo.

Senza concedere nulla alla premeditazione, le tele si sporcano appena di una sottile traccia di carboncino, presto travolta da ondate di colore che giungono scomposte, quasi confuse, in attesa di ritrovare un equilibrio nell’opera compiuta. E spesso, nelle meraviglie dei paesaggi o nelle segrete atmosfere degli interni, si nota l’assenza della figura, mai percepita come negazione o mancanza. Forse perché si sente che una presenza c’è stata e in qualche modo c’è ancora nelle opere di Cola, ed è quella dell’autore, primo fra tutti a subire il fascino e l’incanto di una libreria, di uno studio d’artista, del profilo imponente e scuro di una montagna.

 

Così, per quello che sono, senza intenzioni retoriche o letterarie, gli oggetti, anche i più umili, appaiono trasfigurati dalla luce gialla che li avvolge entrando da finestre che mai lasciano vedere ciò che sta oltre il limite della stanza dipinta.

Amico vero e prezioso, Carlo è uno di quegli uomini-bambini che sanno accogliere e trasmettere la meraviglia di un’emozione pura con la semplicità con cui un fiore si apre ai raggi del sole a alla pioggia. Eppure è raro che la pittura diventi oggetto di dialogo, quasi temendo che parlare possa significare tradire ciò che è già stato detto e fatto nell’architettura delle forme e dei colori.

C’è come uno scarto qualitativo tra la disponibilità e il pudore quando il soggetto diventa la pittura, e ancora di più quando si tenti di violare l’intimità dell’atto creativo e dell’ispirazione.

Mi sono chiesto spesso il perché di questo pudore e ho trovato la sensazione di una possibile risposta in un prezioso libretto di precetti del poeta-soldato cinese Lu Ji, il quale, riferendosi ad un altro linguaggio espressivo, dice:

ogni scrittore scopre una via d’accesso al mistero,

ed è cosa difficile da spiegare”.

In un altro bellissimo brano di Lu Ji si legge:

 

”L’oscurità della mente resta nascosta;

i pensieri vanno portati alla luce come un neonato dall’utero materno,

urlante e terrorizzato.

Incalzare le emozioni è un errore che induce errore;

lasciarle emergere naturalmente significa lasciarle emergere con chiarezza.

La verità delle cose è dentro di noi, ma nessuna forza al mondo può costringerla a uscire.

Sempre, in questa lotta, sondo il mio cuore.

A volte una porta lentamente si schiude; altre volte la porta resta sprangata”

Questo catalogo e le opere che contiene sono il segno di una porta che si è aperta, lasciando uscire la verità di cose che sanno incantare e stupire. Di questo, con l’affetto di sempre, ringrazio Carlo Cola amico e pittore.

Fabio Lazzari

Pubblicato per l’esposizione “IN VIAGGIO” di Carlo Cola. Catalogo ART’ Ė 2002, MILANO

“L’eloquente silenzio della pittura” di Silvia Evangelisti

L’ELOQUENTE SILENZIO DELLA PITTURA

di Silvia Evangelisti

Pittore appartato e segreto, Carlo Cola ha una vicenda espositiva, iniziata alla fine degli anni ’80, scandita da rare mostre (da segnalare l‘”avventura” a Dubai, negli Emirati Arabi, la cui atmosfera ha ispirato alcune tra le più affascinanti opere esposte in mostra); ed è la prima volta che il pittore romagnolo si presenta al pubblico con una così ampia scelta di opere. Ė dunque un’occasione preziosa, la rassegna milanese, per conoscere l’arte di questo singolare pittore, per incontrare le magiche e silenti atmosfere dei suoi dipinti, dalla cromia calda e particolarissima.

 

In un gioco cromatico luminoso e inconsueto, i suoi quadri ci raccontano della fascinazione che su di lui (e su di noi) esercita il dipingere, mestiere segreto e misterioso, occhio spalancato sulle cose del mondo, che l’artista vuole conoscere nel loro profondo silenzio, nella “normalità” della vita che scorre, usando, come unico strumento, il colore, un colore pastoso e intriso di luce, dalle tonalità insolite e dalle cromie forti e vitali di viola, lilla, arancione, giallo squillante, verde, turchese, azzurro. Medium privilegiato e meraviglioso, la pittura può creare universi, atmosfere, sensazioni: attraverso le forme e i colori può farci vedere le cose in modo nuovo, diverso; e ciò è ancora più affascinante se i soggetti sono – in sé – consueti, conosciuti, anonimi. Ė questa la magia della pittura. “Non vi è arte più manifestamente creatrice della pittura” scrive il filosofo francese Gaston Bachelard; “Come ogni creatore, prima dell’opera, il pittore conosce la fantasia mediante la rêverie che si raccoglie intorno alla natura delle cose.”

Il termine rêverie, difficilmente traducibile in italiano, col suo significato di fantasticheria, sogno, immaginazione fantastica – quell’abbandonarsi a occhi aperti, dimentichi della logica e della razionalità, a memorie ed immagini del presente con la libertà del sogno – mi sembra particolarmente appropriato per i dipinti di Carlo Cola, per quel suo modo di rappresentare la realtà in maniera fedele ma quasi trasfigurata, come se dalle cose emanasse una sottile sensazione poetica di sogno, di fantasia, che diviene il mezzo attraverso cui l’artista ci trasmette le sue emozioni, la sua personale ed intima visione del mondo.

L’arte di Carlo cola ha un sottile fascino che va oltre l’effetto della rappresentazione – i suoi, d’altra parte, sono soggetti “comuni” e normali – per evocare nella nostra mente, ma sopratutto nei nostri occhi, un’atmosfera particolarissima, trasformandoci da spettatori distanti in protagonisti privilegiati della visione. Quasi che attraverso gli occhi dell’artista noi vedessimo ciò che lui vede, come se partecipassimo dall’interno a quella sorta di mondo parallelo che Cola rappresenta nei suoi dipinti: un mondo del tutto simile a quello che conosciamo e che vediamo intorno a noi – interni di stanze, biblioteche, chiese o quieti paesaggi, ville e architetture immerse in giardini – eppure come straniato e quasi indecifrabile, sospeso nel tempo. E questo solo per mezzo della pittura. Un mondo che vive a fianco di quello “normale”, con il quale condivide l’immaginario e i principi figurativi, ma dal quale si discosta per forza di immaginazione – per rêverie, si diceva – che la pittura concretizza in immagine tramite segni, forme, colori.

 

I soggetti sono ritratti con una pittura veloce e nervosa che, seppure non ricalca con fedeltà la verità ottica della realtà, ne evoca la visione “complessiva”, pur mettendone in discussione le regole statuarie, a cominciare da quelle prospettiche. I tagli obliqui, le inquadrature “dilatate”, le profondità spaziali volutamente e quasi scenograficamente calcate insinuano, nelle scene dipinte, un senso di silenzio, di attesa che pare mettere in crisi la certezza dell’immagine, la sua ipotetica inalterabile verità. Protagonista dei dipinti è la luce, intensa e “assoluta”, che invade la tela con la forza e l’energia di una fonte di vita: una luce-colore che taglia come una lama la superficie del dipinto, rendendo “pulsante” la rappresentazione e trasformando gli oggetti stessi.  E nella magica sospensione di un’ora luminosa, di una visione quieta e calma, il reale si ricompone con armonia di forme e colori.

Un mondo parallelo dunque, che, pur nella perfetta verosimiglianza, non “funziona” esattamente come quello reale: prospettive imperfette, punti vista multipli, campi lunghi. I dipinti di Cola sono caratterizzati da un taglio particolare della visione, che reinventa lo spazio della tela e vi immette una nuova dimensione, quella del tempo. Non l’attimo impressionista, ma piuttosto il tempo “lungo” di un fotogramma, l’immagine bloccata di momenti di vita fermati dall’artista, che guarda la realtà come se assistesse ad una rappresentazione teatrale. E quasi come un fondale scenografico, l’artista dipinge il mondo come un palcoscenico su cui – ancora – gli attori sono assenti, ma in procinto di iniziare la loro rappresentazione. Come se la vita fosse, per il pittore – e l’osservatore – oltre un diaframma, al di là di un immaginaria finestra dalla quale guardare la scena del mondo. E d’altra parte il tema della finestra è ricorrente nelle opere di Carlo Cola: la finestra da cui entra la luce del sole, come un taglio di colore; la finestra che apre sull’esterno, sul verde, sull’aria, sulla vita. Così come il tema della porta, spesso presente nei suoi interni, sovente semiaperta, ad indicare altre stanze, altri mondi, altre vite.

Non si sente, in questi dipinti, nulla che appartenga ad un’idea di dramma; a volte, semmai, una sorta di lieve inquietudine, sottolineata dall’assenza della figura umana. I quadri di Cola non sono, infatti, mai visivamente abitati, eppure – ne siamo certi – qualcuno abita quelle stanze, quelle case, quegli atelier; qualcuno frequente quelle chiese, quelle biblioteche; qualcuno sale e scende quelle scale, apre quelle finestre, si affaccia a quei balconi di cui si indovina l’esistenza; qualcuno è appena uscito da quelle porte semiaperte, qualcuno sta per entrare. Si assiste alla scena del dipinto come ad una rappresentazione teatrale che sta per iniziare, ed il pittore sembra evocare quel lieve stato di inquietudine, di attesa, che si vive nel breve tempo in cui, alzato il sipario, il palco è pronto a ricevere gli attori che ancora non sono entrati in scena: tutto è silenzioso e fermo, in attesa dell’azione.

Ecco allora, per esempio, le case dei pittori: casa Chagall, casa Picasso, l’atelier di Francis Bacon; stanze che l’artista non ha mai visto dal vero, conosciute attraverso qualche immagine fotografica, che rivivono nelle sue opere come luoghi reali ed immaginati al tempo stesso, dove la naturale confusione di un atelier diviene metafora del lavoro dell’artista, la cui presenza è evocata dagli oggetti – strumenti del mestiere, libri aperti, carte, modelli – come se l’abitante di quelle stanze fosse uscito un attimo, interrompendo il lavoro solo per pochi momenti, e fosse lì lì per tornare. Ė questa sensazione della presenza, pur nell’assenza fisica, che differenzia irrimediabilmente le raffigurazioni di Cola dall’immagine fotografica che pure, spesso, ne è il punto di partenza, lo spunto. E ciò avviene in molti dei suoi dipinti, persino nel curioso quadro che ritrae un “Missile” – inconsueto soggetto – dove il razzo è rappresentato nel momento della partenza; eppure tutto è fermo nel dipinto, quasi fosse il fermo-immagine di un filmato, e l’azione da reale diviene quasi metafisica.

Così pure negli “esterni”, vedute di giardini, ville, case, ripresi spesso nelle ore del tramonto, quando il sole sprigiona la sua ultima luce obliqua e le ombre già avanzano (Ponte inglese, Lisbona, Monastero di Ponteleimon  , Isola Santa, Case indiane, Tramonto in Italia per citare qualche titolo come esempio). Dipinti in cui natura e immaginazione vivono in magico intrico, creando un’atmosfera silente, sospesa: luoghi costruiti e abitati dagli uomini, ma rappresentati nell’assoluta solitudine. E della presenza umana sono solo le tracce nei panni stesi ad asciugare all’aria, nelle persiane aperte delle case di uno scorcio urbano, in una finestra illuminata.

Silvia Evangelisti

Pubblicato per l’esposizione “IN VIAGGIO” di Carlo Cola. Catalogo ART’ Ė 2002, MILANO

“Memoria e nostalgia” di Alessandro Riva

MEMORIA E NOSTALGIA

di Massimo Riva

Quella di Carlo Cola è una pittura sorprendentemente anti-contemporanea, che ha proprio in una voluta, cosciente, quanto drastica presa di distanza dagli stimoli provenienti dai linguaggi e dalle formulazioni caratterizzanti la storia dell’arte più recente, in particolare quella di questi ultimi decenni – dalla realtà mediale alla fotografia alla fiction cinematografica o televisiva – il suo fulcro poetico e visivo. Cola, infatti, utilizza una pittura che sembra a prima vista non voler guardare ad alcuno dei movimenti e delle pratiche artistiche storicizzate dall’avanguardia artistica nella seconda metà del Novecento, sia in termini di linguaggio sia in termini di suggestioni o di contenuti. Il suo lavoro si muove, con sorprendente levità del segno e del colore, su una linea del tutto autonoma, solitaria, priva anche di compagni di strada e di convergenze con il lavoro dei suoi coetanei o di quello delle ultime generazioni di artisti italiani. La linea è quella della ripresa di una pittura veloce e gestuale che, se da una parte recupera un certo intimismo nabis che oggi pare completamente sparito dalla scena contemporanea, quasi fosse poco corretto politicamente riproporre scenari di intimità borghese e di solitaria e domestica quotidianità, dall’altra recupera anche l’utilizzo di un segno forte, fluido, di lontana ascendenza matissiana, felice nella sua straordinaria leggerezza e libertà, e di una materia corposa e spessa, oltre di un uso di colori forti, contrastati, di vaga marca espressionista.

L’opera di Cola è, a guardar bene, un intricato puzzle mentale e visivo, un gioco di rimandi e di citazioni, anzi, più precisamente, un gioco a rimpiattino con la memoria della pittura, con i suoi protagonisti e i suoi punti di riferimento fondamentali, ma sempre tenuto sul filo sottile dell’intimità e della suggestione poetica, quasi che la citazione dei grandi maestri – da Picasso a Matisse – dovesse passare per una via segreta e silenziosa, attraverso dettagli domestici o fugaci accenni coloristici e compositivi. Quello di Cola è un mondo tutto mentale, fortemente anti-naturalistico, che ci parla di noi stessi, delle nostre letture, delle nostre passioni e dei nostri amori, in breve della nostra intimità, attraverso la riproposizione di un mondo scomparso che non sconfina mai nella nostalgia e nella malinconia, che non utilizza il linguaggio del sentimentalismo ma quello di un lirismo asciutto e diretto, di una naturale e semplice levità delle cose che ci appartengono e che appartengono alla nostra cultura, al nostro passato ma anche al nostro presente.

Alessandro Riva

Pubblicato per l’esposizione “IN VIAGGIO” di Carlo Cola. Catalogo ART’ Ė 2002, MILANO

Contatti

Carlo Cola
Via Saffi, 36 – 47034 Forlimpopoli (FC) Italy |

info@carlocola.it
+39 333 5285878

Consenso dati personali

6 + 15 =