La verità delle cose

di Fabio Lazzari 

 

 

Il testo di Silvia Evangelisti sul teatrale incanto dell’opera di Carlo Cola si presenta così esauriente e chiaro da scoraggiare ogni ulteriore sforzo critico-interpretativo.

Ciò che sfugge, a questa come ad ogni altra lettura puramente iconografica, è casomai il legame, spesso inutile o addirittura fuorviante, tra l’epifania della pittura e ciò che si nasconde nelle pieghe della vicenda personale dell’autore. Questo rapporto tra pittore e pittura mi pare utile invece, nel caso di Cola, per cogliere certe risonanze che, per affinità o per contrasto, finiscono per completare la trama e il telaio della costruzione pittorica.

Di questo vorrei dire qualcosa di più.

Forte quanto basta per potersi permettere di apparire fragile, Cola vive “del” colore e “nel” colore, seguendo i ritmi inconsueti di una sensibilità sanguigna e naturale. Perfino la casa, per Cola, è un luogo di esplorazione della creatività, un vero e proprio work in progress nel quale oggetti, luci e pareti acquistano il senso di un’enorme superficie dipinta.

Frutto di improvvise e imprevedibili accelerazioni emozionali, la pittura è certamente lo strumento ideale per soddisfare sino in fondo il bisogno di intervenire nello spazio con la vitalità esuberante dei pigmenti; un modo energico, quasi violento, di scaricare un contenitore di sensazioni pieno di immagini e di fotogrammi incontrati per caso, depositati nella memoria e poi trasformati attraverso l’elaborazione poetica in lembi di tela sontuosamente ornati della sostanza grassa e sensuale della pasta colorata.

Per Cola il colore è un simbolo, anzi, è il simbolo che consente di trovare corrispondenze esteriori alla complessità dell’universo interiore; ed è il linguaggio più naturale per dare voce a un’anima ricca di semplicità e di profondità, nella quale gli slanci emozionali e le passioni sono trattenuti da un’inclinazione alla riservatezza, direi quasi all’indolenza.

Nella quotidianità, questa dialettica interiore si stempera grazie alla naturale volontà di rapporti, al contatto anche fisico con le persone, con i piccoli mondi del paese, delle relazioni affettive, con i suoi “ragazzi” a scuola, dove Cola sperimenta le infinite potenzialità della creatività accesa da una corrente di affetto e di intensa fisicità. Ma quando si tratta di passare attraverso il linguaggio misterioso della pittura, la comunicazione si fa più forte, vorticosa, ai limiti del disordine. Perfino il gesto dichiara la modalità esplosiva con cui il pensiero si affaccia al discorso pittorico; un gesto forte, deciso, profondo, che ha bisogno di una superficie capace di resistere all’urto corporeo di una necessità che travolge il controllo. Quando il recipiente pieno reclama la pittura, le tele vengono piantate su un’asse che diventa il limite della fisicità del segno, e accolgono il trionfo liberatorio del colore e del gesto.

Per giorni e notti nel chiuso dello studio, i quadri diventano le uniche finestre sul mondo, l’unico risarcimento da offrire al privilegio di una sensibilità fuori dal comune: avanti e indietro, dalla tela al divano, per godere in presa diretta del mistero di un segno che si fa oggetto, di una pennellata che diventa luce, di un’immagine mentale che diventa mondo, sogno, viaggio nello spazio e nel tempo. 

Senza concedere nulla alla premeditazione, le tele si sporcano appena di una sottile traccia di carboncino, presto travolta da ondate di colore che giungono scomposte, quasi confuse, in attesa di ritrovare un equilibrio nell’opera compiuta. E spesso, nelle meraviglie dei paesaggi o nelle segrete atmosfere degli interni, si nota l’assenza della figura, mai percepita come negazione o mancanza. Forse perché si sente che una presenza c’è stata e in qualche modo c’è ancora nelle opere di Cola, ed è quella dell’autore, primo fra tutti a subire il fascino e l’incanto di una libreria, di uno studio d’artista, del profilo imponente e scuro di una montagna. 

Così, per quello che sono, senza intenzioni retoriche o letterarie, gli oggetti, anche i più umili, appaiono trasfigurati dalla luce gialla che li avvolge entrando da finestre che mai lasciano vedere ciò che sta oltre il limite della stanza dipinta.

Amico vero e prezioso, Carlo è uno di quegli uomini-bambini che sanno accogliere e trasmettere la meraviglia di un’emozione pura con la semplicità con cui un fiore si apre ai raggi del sole a alla pioggia. Eppure è raro che la pittura diventi oggetto di dialogo, quasi temendo che parlare possa significare tradire ciò che è già stato detto e fatto nell’architettura delle forme e dei colori.

C’è come uno scarto qualitativo tra la disponibilità e il pudore quando il soggetto diventa la pittura, e ancora di più quando si tenti di violare l’intimità dell’atto creativo e dell’ispirazione.

Mi sono chiesto spesso il perché di questo pudore e ho trovato la sensazione di una possibile risposta in un prezioso libretto di precetti del poeta-soldato cinese Lu Ji, il quale, riferendosi ad un altro linguaggio espressivo, dice:

ogni scrittore scopre una via d’accesso al mistero,

ed è cosa difficile da spiegare”. 

In un altro bellissimo brano di Lu Ji si legge:

”L’oscurità della mente resta nascosta;

i pensieri vanno portati alla luce come un neonato dall’utero materno,

urlante e terrorizzato.

Incalzare le emozioni è un errore che induce errore;

lasciarle emergere naturalmente significa lasciarle emergere con chiarezza.

La verità delle cose è dentro di noi, ma nessuna forza al mondo può costringerla a uscire.

Sempre, in questa lotta, sondo il mio cuore.

A volte una porta lentamente si schiude; altre volte la porta resta sprangata”

Questo catalogo e le opere che contiene sono il segno di una porta che si è aperta, lasciando uscire la verità di cose che sanno incantare e stupire. Di questo, con l’affetto di sempre, ringrazio Carlo Cola amico e pittore.

Fabio Lazzari

Pubblicato per l’esposizione “IN VIAGGIO” di Carlo Cola. Catalogo ART’ Ė 2002, MILANO