Tre incipit per un Cola

di G. P. Bianki febbraio ’02

 

1.     Quando sono nato C c’era già. Aveva ben sette mesi più di me, non ricordo di averlo conosciuto una prima volta. Però ricordo chiaramente la prima volta che, per lui, diventai importante. 

A sette/otto anni, a casa sua nel ripostiglio, una stanza chiusa senza finestre e buia, sotto ad un vecchio tavolo da cucina, avevamo costruito il nostro rifugio. Ogni giorno aggiungevamo qualche cosa per attrezzarlo. 

Per procurarci della luce, portai una batteria con una lampadina da bicicletta. Come avevo visto fare da mio fratello, con i suoi amici più grandi. Nel buio, sotto il tavolo, collegai la batteria alla lampadina con un filo elettrico, e… fu la luce!

Un’esplosione di luce che sparò di colpo le ombre a raggiera tutt’intorno. Vidi il viso di C trasfigurato dallo stupore, fissare con gioia la piccola fonte di luce. Guardava la mia faccia illuminata dal basso e l’ambiente trasfigurato con gioia, perso in un piacere intenso e inatteso. 

Fu un attimo. Staccai il contatto, tutto ricadde nel buio baluginante che si vede dopo aver fissato la luce. L’accesi e spensi più volte, per fargli vedere quanto fosse facile farlo. La lampadina trovò una sua collocazione definitiva sotto al tavolo (lo stesso tavolo sette anni dopo diventò il nostro primo piano luminoso, ma questa è un’altra storia…) Da quel momento, come succede tra bimbi, fui da C considerato un tecnico abilissimo… 

 So che non è giusto rapportare l’opera di un artista a piccoli episodi biografici, si rischia di essere ingiustamente riduttivi, come una mamma che racconti imbarazzanti episodi d’infanzia alla futura moglie del figlio.

 

Eppure, guardando tanti quadri di Cola, ripenso a quel momento: al suo stupore davanti alla visione inattesa; al suo meravigliarsi di come si vede; al godimento -innocente- dell’emozione che ti assale guardando.

Nei suoi dipinti sento il richiamo ad una condizione di ingenuità priva di malizia, com’è nell’infanzia. Quando anche lo sguardo è vergine e le cose appaiono con lo stupore della prima volta. Sento la meraviglia del suo vedere mescolarsi all’urgenza del fissarne l’attimo.

 Mi sono convinto che Cola -quando prende i pennelli in mano- faccia un esercizio mentale d’approccio all’immagine che vuole dipingere, domandandosi: “Se la vedessi per la prima volta, come potrebbe essere?” E penso che nel corso della pittura, si ponga la domanda ripetutamente, come se recitasse un mantra empatico che lo mette in contatto con una zona collettiva -dove tutti siamo vissuti nell’infanzia- e da cui attinge la linfa vitale che nutre i suoi lavori. E lì c’è la nostalgia, rimpianto di una condizione perduta. Ma c’è anche la dimostrazione che il contatto non è andato perduto per sempre, che basta un clic mentale per tornare a vedere le cose nella loro forma primaria, che basta un clic per spegnere il rumore di fondo del quotidiano che ci sporca la mente. So che Cola ha trovato il suo interruttore personale, e lo accende e lo spegne, riempiendomi di meraviglia.

2.     L’interno era scuro, verso l’alto diventava blu di prussia incupito, la spessa materia pittorica smagriva scendendo con la luce sul pavimento spalmando riverberi acquamarina di rimbalzo sui cornicioni. Alla ribalta una zona di calore dalla provenienza indefinibile contribuiva a spingere indietro le nicchie di viola misterioso sugli ordini superiori. Ad un’altezza siderea, dedotta dalla sua piccolezza, un minuscolo punto rosso vivo fiammeggia votivo. –Hei C cosa succede se cancelli questo puntino rosso dal quadro?–  Dico, faceto, da Grillo Parlante Che Vuole Stuzzicare a Vanvera. –Succede che crolla tutto il quadro Cretino! – Mi risponde con tono balanzone…

Vorrei dire alcune cose semplici sui quadri di Cola. Semplici almeno come la sua pittura. Ebbene, non mi è possibile! Scrivo e cancello continuamente lo scritto. Sono costretto ad ammettere che non mi è possibile farlo. Perché? Evidentemente perché la sua non è una pittura semplice: è apparentemente SEMPLICE, cioè SEMBRA semplice. Nella sua pittura tutto è evidente. Parlare dell’evidenza è impossibile, le parole l’offendono: non si può spiegare l‘evidente.

Della pittura di Cola posso affermare che è DIRETTA: va direttamente in una direzione prestabilita, senza deviazioni conduce al centro di sé stessa, senza deviazioni conduce al centro di chi la guarda.

E ancora affermo che è COMUNICATIVA.

“La comunicazione di un attore può risultare davvero spontanea solo applicando una tecnica di recitazione ferrea”

Bella questa formula, poiché non sono sicuro che sia davvero mia l’ ho messa  in corsivo. Sono comunque sicuro di poterla riferire anche ad un pittore, perché è un punto ineludibile dell’arte: la comunicazione avviene attraverso una tecnica che la consente, tecnica che diventa veramente impeccabile quando non si percepisce più.

Quindi posso aggiungere che è virtuosistica (tanto da sembrare semplice), ma virtuosistico è un termine pericoloso -ormai spaventa anche i musicisti- la dichiarerò allora pittura VIRTUOSA[1], si… buona, tendente al buono. Non morbosa: portatrice di virtù.

C’è un’aria di innegabile CANDORE nell’arte di Cola, e per quanto mi stia sforzando di dimostrare che l’opera è complessa, a dispetto dell’evidente semplicità; che non è spontaneista, nonostante la comunicativa diretta. Ritengo importante specificare che la sua arte non è frutto di speculazioni astratte sui massimi sistemi. Seguendo l’istinto e distillando l’opera al fuoco del mestiere Cola ha trovato una sua formula operativa, noi possiamo solo prenderne atto e goderne i risultati.

GODIMENTO, ecco un’altra parola che ritengo adeguata, goduria…piacere dei sensi, pittura SENSUALE. Parte dall’occhio, stimola la retina, attraversa il nervo ottico, arriva al cervello, aumenta la produzione di endorfine naturali, dallo stomaco lento sale un languore, le ginocchia si ammollano, e… trance ESTATICA. Oh! Meraviglia di questa parola, che riesce a dire estasi e statica fuse insieme e che l’assonanza a estetica rende perfetta: cosa è un dipinto oggi se non un’immagine statica, la cui funzione è mettere in movimento la psiche? E in un Cola tutto ciò succede senza la morbosità sessuale, l’ansia coitale, tanto sponsorizzata dai media che assillano il quotidiano.

Ora, di tutto ciò che scrivo, non c’è evidenza diretta nell’opera pittorica di Cola. La sua non è una pittura manifesto, la sua funzione non è di dimostrare che dico il vero. Cola, semplicemente, dipinge. Però provate a fare un piccolo esercizio d’approccio ai suoi quadri: guardandoli ripetete mentalmente le parole che ho scritto in maiuscolo, verificatene le attinenze. Alla fine converrete con me che -forse- un dipinto di Cola, non è portatore di un messaggio. Però -almeno- godetene il MASSAGGIO. Retinico, per adesso… poi, chissà.

 

3.     Ho visto tante volte C il giorno dopo, più spremuto dei suoi tubetti di colore, mostrarmi il quadro realizzato nella notte. Più che un dipinto un trasferimento di pura energia. A conferma che è dell’uomo il darsi sino a poterne morire, lo spendersi senza misura in un’attività bruciante. Alla luce della sua opera notturna C mi appare come un gatto maschio rientrato da una scorribanda amorosa: scarruffato, ammaccato, indolenzito. Mi permette, con una sorta di languore post mortem, di essere Primo Spettatore. Non teme il mio giudizio, sa già di essere uscito vittorioso anche questa volta dal suo travaglio creativo. Io apparentemente non mi scompongo più di tanto, e butto là un apprezzamento tecnico (non so perché ma lui se l’aspetta da me). Mi do un’arietta scafata da uomo di mondo, abituato a vedere spesso l’eccezionale; tanto abituato da non stupirmene più. C sorride sornione. Sa perfettamente che ormai, per stupirmi davvero, dovrebbe mostrarmi un brutto dipinto…  

 

Cola ha smesso da tempo di chiedersi in che rapporto è il suo lavoro con l’intera storia dell’arte. Da allora ottiene ottimi risultati.

Non sono un critico d’arte…  una volta facevo un esercizio d’approccio ai quadri dividendoli in due categorie:

  1. Immagini che ti portano dentro alla cornice, costringendo lo sguardo ad entrare in profondità illusorie, o in percorsi di superficie, senza rimandi all’esterno. QUADRI  RACCONTO. Porte d’accesso al mondo dell’artista che li ha realizzati. 

  2. Immagini che dirompono – escono dalla cornice – opere nelle quali il percorso dello sguardo è annullato. QUADRI PERFORMANCE, che suscitano reazioni di adesione o di rigetto emotivo dall’oggetto che abbiamo davanti, creando una serie di rimandi all’esterno dell’opera stessa. 

Questo schema, un po’ rozzo[2], mi permetteva di tracciare una linea di confine tra pittura moderna e pittura del passato. 

Molti dipinti di Cola rendono impossibile questa divisione. Miracolosamente attingono elementi da tutte e due le categorie ma non li mettono in conflitto: ogni suo dipinto è una performance -di lui so che quando comincia un dipinto, raramente stacca dal lavoro finché non è terminato- nei quadri di grandi dimensioni è perfettamente visibile il gesto pittorico ampio o frenetico, che sapientemente determina l’immagine. La fisicità del fare non è nascosta ma è continuamente ricondotta alle necessità del racconto, racconto/immagine simultaneo, il cui sviluppo temporale è determinato da chi lo guarda.

Un quadro di Cola può essere esuberante al punto di saltarti addosso. Il suo mezzo è la seduzione dello sguardo. Il suo scopo è indicarti un altro modo di guardare mostrandotelo. La forma adottata è spesso una mise en scene, scenari di un accadere immanente: guardandoli si pensa sempre a qualcuno che n’è appena uscito, a un altro che deve sopraggiungere. La non presenza di individui sulla scena ci fa finalmente apprezzare la bellezza del loro agire. L’umano è magnificato dalla sua assenza. L’ingresso di un attore ruberebbe la scena alla scena, lordandola: come se un mollusco facesse ritorno alla conchiglia dopo averla lasciata.

I dipinti di Cola ignorano bellamente le categorie in cui si cerca di infilarli. La verità è che sono dei rebus temporali, potrebbero essere stati dipinti cento anni fa e nessuno li avrebbe capiti (rendendo, forse così, omaggio alla loro carica innovativa). Poiché sono opera a noi contemporanea, c’illudiamo addirittura di comprenderli. A ben vedere, quello che a qualcuno può apparire come un ritardo centenario, potrebbe rivelarsi poi, come un secolo d’anticipo.

[1] Se qualcuno, preso da facili assonanze semantiche, dovesse pensare a virtuale…meriterebbe una sfida all’alba sotto il muro delle Carmelitane, tanto è antico

[2] ça va san dire!